Claudio Berto

Tradate

Italy

 

 

I Filtri

Ai tempi in cui si scattava con la pellicola, chiunque avesse una macchina fotografica di un certo livello e fosse seriamente appassionato di fotografia, girava con un armamentario di filtri nella borsa del corredo. Era una scelta obbligata, perchè allora non esistevano i programmi di fotoritocco (o meglio esistevano ma erano confinati in ambiti strettamente professionali) e le possibilità di intervento, una volta scattata la foto ed impressionato il negativo, erano veramente limitate. In pratica nulle, per chi scattava diapositive. Solo chi disponeva di una camera oscura o poteva affidarsi ad un laboratorio in grado di effettuare lavorazioni particolari, poteva intervenire a posteriori.
C'erano quindi filtri di tutti i tipi, quelli per ammorbidire i contorni del viso nei ritratti, quelli per ottenere effetti speciali come sdoppiare le immagini, cambiare le tonalità del paesaggio, ... nel catalogo di un produttore se ne potevano contare anche oltre un centinaio. A rendere le cose più difficili, l'effetto di un filtro non era visibile fin che non si fosse sviluppato il rullino e stampata la foto, per cui il fotografo doveva scattare basandosi sull'intuito e sulla sua esperienza, spesso accumulata a suon di errori.
Oggi tutto questo è diventato in gran parte superfluo. La maggior parte degli effetti speciali possono essere comodamente realizzati dopo avere scattato la foto, con uno dei tanti programmi di fotoritocco. Si può vedere il risultato e si possono fare tutti gli aggiustamenti che si desiderano. Si può tornare indietro e ricominciare, mentre per il fotografo di un tempo sarebbe stato molto difficile, se non impossibile, tornare sul posto a scattare la foto con un filtro o dei settaggi diversi.

Ma una categoria di filtri che il digitale ha reso superflui sono i cosiddetti filtri di compensazione del colore. Per capire come funzionano, occorre fare un breve discorso sulla luce e sul concetto di "temperatura del colore". Senza voler entrare nei dettagli tecnici, la luce ha una sua "temperatura", che dipende dalla sorgente luminosa e che è il risultato dell'abbondanza relativa delle varie componenti dello spettro, anche se detto così il concetto è molto semplificato. Maggiore è componente blu-violetto, più alta è la temperatura della luce emessa da una sorgente luminosa, viceversa una sorgente con una temperatura della luce bassa emette luce con una maggiore componente verso il rosso. Si dice che la prima ha una tonalità più "fredda" e la seconda più "calda".

La temperatura di una sorgente luminosa si misura in gradi Kelvin (K).

Qui di seguito i valori per alcune situazioni di luce:

  • Luce solare a mezzogiorno: 5500 K
  • Flash elettronico: 5000 K
  • Luce del cielo nuvoloso - ombra di una giornata soleggiata: 6000-7000K
  • Luce solare nel tardo pomeriggio: 4500-5000 K
  • Lampada al neon: 3500 K
  • Lampada al neon del tipo daylight: 4000-4500K
  • Lampada ad incandescenza: 2900K
  • Candela 1000-1500K

Il nostro occhio ha la capacità di adattarsi alla temperatura di colore della luce. Un foglio bianco ci apparirà tale sia che lo guardiamo alla luce di una lampada, che sotto il sole oppure all'ombra di un edificio in una giornata estiva. La pellicola o il sensore della macchina fotografica, no. La maggior parte delle pellicole sono del tipo per luce diurna, e quindi sono pensate per rendere perfettamente bianco un oggetto illuminato dal sole, sono cioè tarate per una temperatura di colore di 5500 K. Se con una pellicola per luce diurna si fotografa un soggetto bianco illuminato da una lampada ad incandescenza, assumerà una tonalità rossastra, che diventerà verdastra se la lampada è al neon. Viceversa se il soggetto è all'ombra durante una gionrata di sole, tenderà ad assumere una tonalità bluastra. Questo spiega, ad esempio, perchè nelle fotografie la neve al sole appare bianca, ma diventa leggermente azzurrina all'ombra. La resa perfetta del bianco è fondamentale, perchè influenza quella di tutti gli altri colori.
In passato questo era un vero disastro, perchè nelle diapositive l'unico modo per correggere la temperatura di colore e rendere il bianco come tale era usare un filtro, di tonalità opposta. Per togliere il blu dalle foto scattate nei giorni di pioggia si usava un filtro ambra, per togliere il rosso dalle foto fatte in interni con la pellicola per luce diurna si usava un filtro blu, e per togliere il verde delle lampade al neon uno rosa. Questi filtri erano disponibili in serie progressive, partendo da un effetto appena impercettibile e salendo nella serie ad effetti via via più marcati. Quindi un bravo fotografo aveva la sua scatoletta di filtri (normalmente le serie 81 - ambra e 80 - blu e il filtro FL-D per le lampade fluorescenti) e decideva di volta in volta quale usare, ovviamente non sapendo quale sarebbe potuto essere il risultato, se non a cose fatte e rullino sviluppato. Spesso l'effetto era voluto, perchè tendenzialmente le immagini con la luce che tende verso il rosso (toni più caldi) sono più gradevoli rispetto a quelle con la luce che tende verso il blu (toni più freddi). Molti fotografi di paesaggio usavano sistematicamente un filtro 81A per conferire toni leggermente più caldi alla luce del sole.

Oggi la tecnologia digitale ha reso tutto questo superfluo, al posto dei filtri le macchine hanno una funzione chiamata "bilanciamento del bianco" (white balance), che permette di selezionare il tipo di sorgente luminosa per assicurare la resa ottimale del bianco, dalla quale dipende quella di tutti gli altri colori. Ci sono impostazioni o simboli come: daylight (giorno), luci al neon, nuvole (ombre o giornate con il cielo nuvoloso), lampade ad incandescenza, ... più una modalità automatica. Quest'ultima in genere funziona abbastanza bene, la macchina riconosce da sola la temperatura di colore della luce nella scena e si adatta di conseguenza. A volte però è controproducente, ad esempio scattando una foto al tramonto in una splendida luce ambrata dai toni meravigliosamente caldi, con la modalità automatica di bilanciamento del bianco la macchina potrebbe "credere" che io stia scattando in casa alla luce di una lampada e correggere l'eccesso di colore rosso tipico di questa sorgente. Morale della favola, nella foto la luce ambrata del tramonto è diventata perfettamente bianca, la macchina ha fatto un buon lavoro ma non era questo che volevamo. I tramonti vanno sempre fotografati impostando la modalità luce diurna nella funzione di bilanciamento del bianco proprio per non perdere il tono particolare della luce. Mentre le macchine amatoriali si limitano ad alcune regolazioni standard, quelle professionali consentono regolazioni fini, ad esempio è possibile impostare direttamente il valore in Kelvin della temperatura della sorgente (utile per il fotografo che lavora in studio con lampade calibrate) e correggere piccole deviazioni. Oppure si possono registrare i files in formato grezzo e decidere in fase di post produzione la temperatura di colore da applicare.
Nonostante la moderna tecnologia digitale abbia reso superflui quasi tutti i filtri fotografici, ne restano alcuni che non dovrebbero mancare nel corredo di un buon fotografo, sempre che la propria macchina ne consenta l'uso, abbia cioè l'attacco filettato davanti alla lente frontale dell'obiettivo.

Inutile dire che i filtri devono essere di buona qualità, devono essere trattati con cura e sostituiti se danneggiati. Non ha senso spendere tanti soldi per una buona macchina fotografica ed un buon obiettivo e poi metterci davanti un pezzo di vetro scadente quando non di plastica. I filtri migliori sono realizzati con lo stesso vetro che si usa per fabbricare le lenti degli obiettivi ed hanno il trattamento antiriflesso su entrambi i lati. I fabbricanti di obiettivi spesso hanno a catalogo anche i filtri, in alternativa ci sono ottimi marchi universali, posso citare (ma non ci sono solo questi): Hoya, B+W,Tiffen,Kenko e anche con brand dei più conosciuti marchi fotografici,generalmente prodotti dai marchi terzi). In particolare mi permetto di consigliare Hoya per l'ottimo rapporto qualità prezzo.

 

Il primo filtro utile per il fotografo digitale è il filtro protettivo, o filtro UV. Orginariamente sviluppato per eliminare i raggi ultravioletti, svolge in realtà un'altra funzione ben più utile. Lasciato montato in permanenza sull'obiettivo, serve a proteggere la lente frontale dai graffi e dallo sporco. Tutto questo senza influenzare se non minimamente, la qualità delle immagini, sempre che si tratti di un filtro di buona qualità.
L'obiettivo, insieme al sensore, è l'elemento che contribuisce maggiormente alla qualità dell'immagine. La miglior macchina fotografica non potrà che garantire foto di pessima qualità se dotata di un obiettivo scadente, quello che in gergo fotografico si chiama "vetraccio" o "fondo di bottiglia". Più un obiettivo è di qualità elevata, maggiore il suo costo.
Nell'uso la lente frontale risulta esposta alla polvere, alle ditate, alle gocce di pioggia, agli spruzzi delle onde... tutte cose che generano la necessità di pulirla periodicamente. Se questa operazione non viene effettuata con le dovute cautele, si rischia di graffiarla e rovinare il prezioso trattamento antiriflesso. Un obiettivo con una lente graffiata perde molto del suo valore e, se il difetto è molto esteso, può perdere in qualità. Inoltre la lente è esposta agli urti accidentali, che possono danneggiarla, essendo realizzata in vetro.
Un filtro UV o protettivo serve ad evitare tutto questo. Si interpone come una barriera tra l'esterno e la lente frontale dell'obiettivo. Se si sporca, lo si può pulire, sapendo che se si dovesse rovinare o se si dovesse rompere a seguito di un urto, è infinitamente meno costoso da rimpiazzare rispetto ad un obiettivo. Se è di buona qualità, è perfettamente trasparente e quindi non influenza le immagini, ma è, appunto, una specie di assicurazione contro danni ben peggiori.

Personalmente tengo montati sui due obbiettivi più usati (24.105mm e 17-40mm) due polarizzatori slim Hoya (pro1 e HD),che fungono da protettivi ma soprattutto sempre pronti all'uso negli scatti in esterno (90% dei miei lavori).

L'altro filtro di cui un appassionato di fotografia di paesaggio non può fare a meno è il polarizzatore. Si tratta di un filtro particolare, di colore grigio e con una montatura girevole. Si avvita sull'obiettivo e poi si gira fino ad ottenere l'effetto voluto. Effetto che è l'eliminazione, parziale o totale dei riflessi dalle superfici non metalliche e un generale aumento del contrasto. In pratica il filtro polarizzatore è l'elemento indispensabile per ottenere quei fantastici cieli con le nuvolette bianche che si stagliano sull'azzurro intenso, per rendere il colore blu o blu-verde dell'acqua di mari e fiumi, i pesci che nuotano nell'acqua, e per scattare attraverso un vetro senza che nella foto si veda riflessa la macchina fotografica stessa. E questo basta a far capire come mai i fotografi di paesaggio non ne possano fare a meno. Anche quelli che scattano con le macchine fotografiche digitali, perchè al momento con un programma di fotoritocco non è ancora possibile riprodurre l'effetto del filtro polarizzatore su una immagine scattata senza. Cosa che invece è possibile fare per molti altri filtri, come quelli colorati o per effetti speciali.

Per capire a cosa serve, è necessario fare una piccola digressione e parlare della luce, cioè dell'elemento fondamentale della fotografia. Senza tirare in ballo la meccanica quantistica, si può pensare ad un raggio di luce come ad una radiazione elettromagnetica che vibra in maniera casuale, cioè in tutte le direzioni. Quando il raggio di luce colpisce un oggetto non metallico, come la superficie dell'acqua, il vetro di una finestra, ... viene da esso riflesso. Il raggio riflesso differisce da quello originale perchè la radiazione elettromagnetica vibra solamente in una direzione. E' come se "urtando" l'oggetto, il raggio di luce venisse "schiacciato" e rimandato indietro oscillante in un'unica direzione. Gli esperti dicono che la luce riflessa è stata "polarizzata", e la direzione in cui essa oscilla è chiamata "piano di polarizzazione". I nostri occhi non si accorgono di questa differenza, non sono cioè in grado di distinguere tra la luce normale e la luce polarizzata, il filtro polarizzatore si. Senza entrare nei dettagli della realizzazione di un filtro polarizzatore, lo si può descrivere come una specie di griglia, in grado di bloccare la luce che oscilla in una certa direzione (il piano di polarizzazione) e lasciar passare quella che oscilla in direzione perpendicolare a questa. Quindi la luce normale, che oscilla in tutte le direzioni, passerà attraverso il filtro, o meglio solo una parte di essa sarà bloccata (ecco perchè appare grigio), mentre quella riflessa passerà o sarà bloccata, a seconda del piano di oscillazione rispetto a quello del filtro. La luce riflessa (polarizzata) che colpisce il filtro con un piano di polarizzazione perpendicolare a quello del filtro passa integralmente, mentre quella che lo colpisce con un piano parallelo a quello del filtro viene bloccata. Ecco quindi spiegato perchè il filtro polarizzatore ha una montatura girevole, perchè ruotandolo si può far coincidere il piano del filtro con quello di polarizzazione della luce riflessa e quindi eliminarla totalmente.

Troppo difficile? In forma ridotta, il filtro polarizzatore può essere descritto come un filtro che può essere ruotato fino a cancellare, per lo meno parzialmente, i riflessi dalle superfici non metalliche.

Questo suo effetto lo rende appunto indispensabile quando si fotografa uno specchio d'acqua. Eliminando la luce riflessa, esso restituisce all'acqua il suo colore originale, al posto di quello slavato dovuto alla riflessione del cielo. Utilizzato per fotografare un edificio o un'automobile, elimina i riflessi sui vetri e sulle finestre, ad esempio permette di scattare l'interno di un negozio attraverso la vetrina. Poichè la foschia in lontananza è dovuta alla luce riflessa dalle particelle di vapore acqueo sospese nell'atmosfera, esso riduce la foschia, saturando i colori. Il risultato è un cielo blu intenso e meno foschia in lontananza. Anche il verde delle foglie e dell'erba è più brillante, così come il nero dell'asfalto. Ovviamente non sempre si ottiene l'effetto voluto, ci possono essere casi in cui non si riescono ad eliminare completamente i riflessi così come in altri l'effetto potrebbe essere così marcato da rendere la foto "finta". Questo succede ad esempio con le foto scattate con un grandangolo inquadrando una porzione ampia di cielo, ed è legato al fatto che l'effetto è massimo nella porzione di cielo che si trova a 90 gradi rispetto al sole, cioè quando si scatta con il sole di fianco. E' invece quasi nullo scattando controsole. Se nel primo caso non c'è molto che si possa fare, nel secondo sta ad un bravo fotografo ruotare leggermente il filtro fino ad ottenere l'effetto voluto, abbastanza da migliorare la foto, ma non troppo da renderla pacchiana.

Ovviamente il filtro polarizzatore non può fare nulla per restituirci il blu del cielo in una giornata di cielo coperto, quando appunto il cielo appare di un biancore uniforme. Così come non elimina i riflessi dalle superfici metalliche.

Ci sono due tipi di polarizzatore: lineare e circolare. Dal punto di vista dell'effetto, sono assolutamente identici. La differenza è nel modo in cui sono realizzati. Il polarizzatore circolare, che è anche più costoso, è realizzato in modo da non interferire con i sistemi autofocus delle fotocamere reflex e quindi è preferibile se si usano queste ultime. In caso contrario si può usare un più economico polarizzatore lineare.

Come si è detto, il filtro polarizzatore è grigio. Quindi se montato su un obiettivo riduce la quantità di luce che arriva alla pellicola o al sensore. Nella maggior parte delle macchine fotografiche attuali non è un problema, perchè l'esposimetro misura la luce che passa attraverso l'obiettivo e quindi corregge automaticamente l'esposizione. Se invece si usa un esposimetro esterno, è necessario correggere l'esposizione, secondo le indicazioni fornite dal fabbricante del filtro. Normalmente si riduce la sensibilità di un fattore vicino a 1, occorre cioè impostare un tempo due volte più lungo o un diaframma due volte più aperto rispetto alla situazione senza filtro, ad esempio 1/125 quando si sarebbe usato 1/250 di secondo o /f:5.6 quando si sarebbe usato /f:8.0. Questo può essere un problema con i teleobiettivi, perchè il tempo di scatto potrebbe non essere abbastanza veloce da evitare il mosso. Come regola generale per evitare una foto mossa non si dovrebbe scattare a mano libera usando tempi più lunghi dell'inverso della lunghezza focale dell'obiettivo usato.
Un'ultima avvertenza riguarda l'uso del polarizzatore con gli obiettivi grandangolari o gli zoom alla focale grandangolo. Per il fatto di avere una montatura girevole, il filtro polarizzatore è più spesso di uno normale. Questo può causare vignettatura: gli angoli della foto appaiono più scuri rispetto al centro. Se non è eccessiva, la vignettatura, detta anche caduta di luce ai bordi, si può eliminare con un programma di fotoritocco, ma spesso il problema si può risolvere acquistando un (più costoso, purtroppo) filtro polarizzatore con la montatura sottile(slim).

 

Termino il discorso sui filtri menzionandone altri due: il filto grigio neutro e quello graduato.

I filtri ND sono disponibili sul mercato con differenti valori di densità, cioè con la capacità di assorbire una maggiore o una minore quantità di luce. Tale densità è indicata con un numero. Si vendono filtri con valori di densità 2, 4, 8, 16, 32,64... Un filtro con valore di densità 2, lascia passare solo metà della luce, quindi assorbe uno stop,in altre parole, se ad un dato diaframma l’esposizione corretta richiede un tempo di 0,5 secondi, inserendo un filtro ND2 l’esposizione corretta richiederà 1 secondo. Un filtro ND4 lascia passare il 25% della luce, quindi assorbe due stop. Quindi, per tornare all’esempio precedente, se senza filtro, ad un dato diaframma, l’esposizione corretta richiede un tempo di 0,5 secondi, con un filtro ND 4 richiederà 2 secondi.

Procedendo lungo la medesima scala, un filtro ND8 lascerà passare solo il 12,5% della luce con un assorbimento di 3 stop. Un filtro grigio ND16 assorbirà 4 stop, un ND 32 assorbirà  5 stop.

Il filtro è realizzato con una tonalità grigia neutra, in modo da non alterare la resa dei colori.

Ma quand'è che si usano questi filtri in pratica? Quando ci si trova in condizioni di forte illuminazione ma si vogliono usare tempi di scatto lenti e/o diaframmi molto aperti senza ottenere foto sovraesposte perchè si è andati oltre i limiti della macchina o dell'obiettivo. Supponiamo di essere di fronte ad una cascata. Vogliamo fotografarla con l'effetto seta dell'acqua che scorre. Per farlo abbiamo bisogno di un tempo di 1/4 di secondo o inferiore. Montiamo la macchina sul cavalletto, impostiamo la sensibilità ISO al valore minimo e chiudiamo il diaframma al valore massimo per far entrare meno luce possibile. Scopriamo che siamo in pieno giorno, è una bellissima giornata di sole e non riusciamo a scendere sotto 1/30 di secondo, un tempo ancora troppo veloce per ottenere il risultato voluto. Montando un filtro grigio neutro 8X riduciamo la luce che arriva all'obiettivo ad 1/8 dell'originale e quindi il nostro tempo di scatto diventa 1/4 di secondo. Ce l'abbiamo fatta. Un altro caso è quando si vuole lavorare con diaframmi molto aperti, per avere la profondità di campo ridotta al minimo e quindi il soggetto che risalta su uno sfondo sfocato, tipicamente quando si scattano ritratti. Supponiamo di voler scattare un primo piano del viso della nostra compagna, facendolo risaltare su uno sfondo colorato. Scegliamo una focale da ritratto (70-100 mm) per rendere al meglio i lineamenti del viso, impostiamo il diaframma alla massima apertura, la sensibilità ISO al valore minimo, e il tempo più veloce. Niente da fare, la foto risulta sovraesposta perchè siamo in pieno giorno. Siamo costretti a chiudere il diaframma, ma così facendo, anzichè una macchia di colore indistinta, l'insegna del negozio sullo sfondo appare in tutta la sua nitidezza dietro i capelli. Orrore! Montiamo un filtro grigio neutro della gradazione adatta e possiamo tornare ad aprire il diaframma fino a sfocare completamente lo sfondo ed ottenere il risultato che cercavamo.

Il filtro graduato o digradante è come quello grigio neutro, solo che anzichè essere grigio uniforme, è grigio ad una estremità e completamente trasparente dall'altra. La separazione tra la zona grigia e quella trasparente può essere più o meno netta, così come l'intensità di quella grigia. Esistono anche filtri graduati colorati anzichè grigi, come quelli ambra o tabacco, che si usano per rendere più intensi i toni dei tramonti, ma io non sono molto fan di questi filtri perchè rendono le immagini pacchiane e ad un occhio esperto si notano subito.

Il filtro graduato ha un uso ben preciso. Nella vita del fotografo di paesaggio ci sono situazioni in cui la parte superiore della foto è molto più luminosa di quella inferiore. Supponiamo di scattare la foto di un paesaggio in una giornata di cielo coperto. Questa è una situazione tipica in cui il cielo è molto luminoso mentre il paesaggio non lo è. Si deve fare una scelta. Se si espone correttamente il cielo, il paesaggio sottostante appare scuro e si perde il dettaglio nelle zone in ombra. Se si espone per il paesaggio, il cielo appare di un noiosissimo bianco uniforme. Purtroppo la gamma dinamica, cioè la differenza tra la zona più chiara e quella più scura, va oltre le capacità della pellicola o del sensore. Tutto quello che è più luminoso viene registrato come bianco uniforme, quello che è più scuro viene registrato come nero. Questa è una situazione frustrante per il fotografo, che infatti nelle giornate di cielo coperto cerca di scattare limitando la zona di cielo inquadrata. Se proprio è costretto ad inquadrare una ampia porzione di cielo, sceglie un compromesso, sacrificando un po' di dettaglio sia nel cielo che nel paesaggio. Oppure scatta una immagine sottesposta, una normale e una sovraesposta, per scegliere in un secondo tempo quella che preferisce o, se il soggetto lo consente, unirle in una foto HDR. Oppure usa un filtro grigio graduato per scurire selettivamente la zona occupata dal cielo e ridurrne la luminosità, portandola ad un valore che rientra nella gamma dinamica della pellicola o del sensore. Il risultato è una foto in cui si vede il dettaglio sia nel cielo che nel paesaggio.

Questo tipo di filtro è realizzato in due forme. Quella classica rotonda, con una montatura girevole come quella del filtro polarizzatore e quella quadrata, che si infila su un adattatore, che si avvita sull'obiettivo. Il primo all'apparenza pare più comodo ma al lato pratico risulta compositivamente limitante,con un filtro circolare si è costretti a tenere l'orizzonte a metà dell'immagine.

Il secondo è maggiormente utile perchè si può muovere il filtro verso l'alto o verso il basso, in modo (per esempio) da far coincidere la zona di separazione tra la zona grigia e quella trasparente con l'orizzonte della foto.
I graduati esistono di due tipi,soft (con gradazione sfumeta,il più comune e usato) e hard con delimitazione netta dell'area grigia.
L'effetto di questo filtro dipende dall'obiettivo su cui è montato. In generale la separazione tra la zona girgia e quella trasparente è più morbida su un teleobiettivo rispetto ad un grandangolo (dove invece è più netta) e a parità di obiettivo, diventa più netta chiudendo il diaframma.

Le marche top sono: Lee,Singh-Ray,Hi-Tech...ci sono poi i più economici Cokin,Kood,Tiffen.